Il nostro Bepi

Vi proponiamo un’intervista al nostro caro Giuseppe “Bepi” Arvotti sdb. La sua presenza, il suo carisma ed il suo entusiasmo, da più di 50 anni, ancora a servizio del nostro C.F.P.!

Quando è iniziato il tuo servizio qui al C.F.P. “don Bosco”?

Il 1° febbraio 1960. Ero nella casa salesiana di Chioggia, ma durante l’estate sono andato a Cison di Valmarino, al Castello Brandolini (ora Castelbrando): avevamo l’incarico di adattare la struttura per lo studentato filosofico dei giovani salesiani. In quella estate ho ricevuto l’obbedienza per venire a San Donà di Piave. Nel prossimo febbraio sono ormai 58 anni…

Quali sono stati i tuoi incarichi?

All’inizio a scuola, riqualificandomi nel campo meccanico; poi in oratorio, con il gruppo Domenico Savio (ora Amici Domenico Savio).

Il ricordo più bello che porti con te di tutti questi anni?

Tantissimi sono i ricordi… Il primo, un grazie, è di essere ancora in vita. Poi, a fronte di tutte le difficoltà, la possibilità di riqualificare il settore meccanico. Inizialmente c’era tanto lavoro, che mi portava ad assumere sempre più responsabilità. Per fare scuola ci si preparava anche di notte. Inizialmente la nostra scuola si chiamava C.A.P. (Centro Addestramento Professionale). Prima del ’64 non c’era l’obbligo della scuola media, avevamo quindi anche ragazzi di 12 anni, che avevano da poco terminato la scuola elementare.

C’è stato un momento nel quale hai sofferto per qualche giovane?

Sì… Nel ’70, per la morte di Mario Rorato. Ho avuto una forte scossa, anche perché faceva parte degli Amici Domenico Savio. Il desiderio è che nel luogo dove è accaduto questo avvenimento sia lasciato qualche segno più decoroso.

Come definiresti i giovani che oggi frequentano il nostro Centro?

Sono i veri destinatari di quello che don Bosco voleva e vuole anche oggi. Alcuni di loro hanno tante difficoltà… L’educazione oggi è un aspetto difficile, a volte c’è il rischio di vedere solo l’errore che loro compiono. Oggi è più difficile di ieri, ma questa è la periferia di cui parla anche Papa Francesco: i giovani di oggi sono i nostri primi destinatari.

Se don Bosco fosse qui oggi, cosa direbbe ai nostri formatori?

Innanzitutto, la formazione è cosa di cuore, è frutto di un cuore che deve prodigarsi non solo verso l’aspetto professionale, ma anche verso quello umano e cristiano. Don Riccardo Michielan diceva che “non abbiamo fiori da coltivare ma persone da far crescere”: gli ingredienti di base sono l’amore e il cuore. Io non riesco a fare confronti con ciò che era ieri: mi seccano molto i confronti, dobbiamo vivere alla grande il presente. Tante aziende locali attuali sono sorte grazie all’impegno di exallievi qualificati e questo mi rende felice.

Che consiglio vuoi lasciare ai nostri giovani?

Prima di tutto di sentirsi giovani sempre, il cuore non invecchia! Se si sentono sfiduciati, dico di andare alla ricerca della ragione per la quale lo sono. Poi dico loro di essere entusiasti dell’oggi, del presente: le difficoltà che incontrano devono dare la forza per lottare per il presente. Se si trovano in una strada che non li fa crescere, devono avere il coraggio di cambiare, affidandosi a chi li può ben consigliare. Esistono tante felicità effimere: ma esistono valori veri, che non tramontano mai! Ricevo spesso visite di exallievi: tutti parlano bene del nostro Centro, anche se hanno avuto qui diverse difficoltà. Don Bosco, oggi, ha ancora un grande fascino. Non siamo infallibili, ma i valori di allora sono sempre validi!

Un saluto finale?

Avere sempre il coraggio di far crescere l’esistenza personale, sia culturale che fisica, maturando nel modo di vivere. Non si è mai arrivati… Nonostante le cadute, c’è sempre Qualcuno che ti aiuta. Gioia di vivere prima di tutto: senza di questo non c’è speranza. Auguro a tutti di imitare don Bosco come Maestro e Guida attingendo da discepoli alla sua spiritualità espressa nel suo motto “Da mihi anima, caetera tolle”.

 

prof. Alessandro Ferro

  • 2017-18
  • bepi

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